Sai, mi ero intestardita, e tu non ne volevi sapere di me, succede, ma io sono ostinata, e capovolgo, a volte, il tempo in mio favore.
Allora eri proprio un reietto, buttato su quella panca, il tuo pelo assomigliava alla paglia, ne aveva un po’ la consistenza e il colore.
Ero convinta di conquistarti in breve, di comprarti, in qualche modo, ma non è andata così, eri testardo, sospettoso, mi assomigliavi.
Poi siamo cambiati insieme.
Prendevi il cibo dalle mie mani e nel mentre mimavi l’attacco, mi ringhiavi, ti buttavi sulle sbarre, così ti andava tutto di traverso, e non la smettevi di tossire.
Poi ho deciso di prendere la sedia che vagava in quel corridoio, un po’ sporca, e di sedermi vicino a te, semplicemente.
Per la verità ho iniziato anche a raccontarmi, e tu mi guardavi con quegli occhi , da sotto in su, e non si capiva mai cosa pensavi.
Ti ho raccontato anche delle favole, ti ricordi? Erano a lieto fine, anche se allora non amavo il lieto fine, ma tu ne avevi bisogno.
Ci hai messo un po’ a darmi la fiducia, ti capisco, hai fatto bene, la fiducia è una cosa da adulti, o da incoscienti.
Poi, un pomeriggio di natale, nessuno veniva a prenderti; Massimo, il tuo grande amico, non c’era, e tu stavi per trascorrere un’altra giornata intera su quelle quattro assi di legno sporco, bagnato, freddo.
Mi sembrava che ormai tu mi conoscessi un po’, mi comprendessi, stavamo accanto in silenzio, e io ti sapevo, ma non ne avevo la prova.
E così, al buio, abbiamo fatto la nostra prima corsa, nel senso che tu mi trascinavi, ed io come potevo ti venivo dietro.
Non abbiamo ancora smesso di correre, anche se da allora ne hai imparate di cose, e ne hai conosciuti di amici, e fra poco, lo so, imparerai anche a stare al passo.
Certo resti sempre un selvaggio, un “rifugiato” , ma è quello che ti fa spirito, oltre che cane.
Nelle calde giornate d’estate abbiamo dormito insieme nel tuo recinto, la domenica, tu buttato su di me a cercare quel contatto fisico che è stata la più bella scoperta che mi hai regalato.
Perché tu sei un cane di relazione, prima di tutto, e questo, nei tuoi inutili dieci minuti d’aria di via Adamoli, l’avevo solo intuito.
E quanto fai ridere quando ti sgrido, metti su la faccia della colpa, ti siedi mezzo girato dall’altra parte, e ogni tanto butti l’occhio, poi a poco a poco cambio tono, e ad ogni mia apertura si fa strada una tua apertura, uguale e parallela, poi fai un mezzo passo verso di me, finché la pace è vicina, sempre più vicina, siglata dal coraggio di guardarmi negli occhi, e dalla zampa, che si alza, morbida, e aspetta la mia mano.